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Categoria: Notizie
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Pubblicato Giovedì, 08 Dicembre 2016 11:15
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Scritto da Super User
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Nel portare in scena Sabato, Domenica e Lunedì la Compagnia teatrale "La Valigia dell'Attore" di Visciano (NA) ha deciso di restare il più fedele possibile al testo, a incominciare dall’ambientazione e dai costumi fedelmente riportati all'anno 1959, quando venne scritto.
Anche la scena si caratterizza per uno spoglio nitore, che porta in primo piano il testo: solo un’ampia parete chiara con una porta - finestra affacciata sul balcone, e pochi mobili a differenziare i tre atti:
Sabato, Domenica e Lunedì si può leggere come un esemplare studio antropologico dell’istituzione chiave della società italiana, la famiglia.
Ancora una volta la famiglia è la vera protagonista della commedia o forse bisognerebbe dire della tragicommedia poiché tutto nasce da una ridicola incomprensione tra coniugi che però maschera la crisi del loro matrimonio.
Il plot prende le mosse da un equivoco: ruota intorno alle incomprensioni tra la vivace Rosa e lo scontroso Peppino.
Per la precisione verremo a sapere che Peppino crede che Rosa l’abbia tradito con un azzimato vicino di casa,anche se alla fine dovrà ammettere che si trattava solo di un equivoco,di una gelosia del tutto immotivata.
L’esile spunto non viene mai trattato come scontro tra i due protagonisti,ma portato in scena attraverso le azioni e reazioni di una girandola di personaggi nei quali il pubblico si riconosce immediatamente, grazie anche a un cast affiatato ed efficace.
O meglio, nello zoo umano che Eduardo ha intrappolato in casa Priore lo spettatore riconosce i tic e i difetti dei suoi famigliari: la zia petulante e saccente, ma in grado di godersi a modo suo la vita ; il cuginetto figlio di mamma e irrimediabilmente imbranato; la ragazzina capricciosa e sventata che fa le bizze con il fidanzato; il figlio che si mette in competizione con il genitore che trova l’alleanza del nonno rinfrollito; lo zio che lavora in banca ma coltiva velleità artistiche,ma, in questo caso, si cala nei panni di Pulcinella, scandalizzano il perbenismo piccolo-borghese dei congiunti, offrendo a Eduardo l’occasione per qualche divagazione metateatrale sul rapporto con la tradizione.
Quattro anni dopo Mia famiglia, l'opera in cui Eduardo, anticipando i tempi, rappresentava i primi sintomi della disgregazione della famiglia patriarcale – che sarebbe giunta al culmine con la rivoluzione culturale del 1968; in questa sua commedia l'autore considera quella che ancora negli anni sessanta poteva essere vista come una grande famiglia napoletana dove tre generazioni, nonni, figli, nipoti e in più fidanzati, zie e zii, domestici affezionati e vicini di casa quasi di famiglia, più di dieci persone, a contare bene, vivono cordialmente assieme, apparentemente senza contrasti nel grande appartamento di Peppino Priore, benestante commerciante di tessuti che fra poco godrà anche lui del boom economico degli anni '60 in Italia.
Una famiglia ancora all'antica quindi, dove però non mancano i segni della crisi, manifesta soprattutto nella coppia protagonista della commedia.
Eduardo, nonostante che l'opera sia inclusa nella "Cantata dei giorni dispari", dove prevale una visione amara dell'esistenza, qui appare invece ancora ottimista riguardo alla sopravvivenza della famiglia.
O forse la famiglia Priore non si sgretola proprio perché è ancora una grande famiglia napoletana dove non manca la solidarietà e l'affetto parentale.
Come dice lo stesso autore, nella famiglia Priore, come in altre simili, per risolvere le crisi familiari spesso basta parlarsi, chiarirsi per far rinascere il collante dell'amore.
Permane però la sfiducia di Eduardo nei confronti del matrimonio, di cui lui stesso ha fatto tristi esperienze, e dei figli ormai lontani, nel loro naturale egoismo, dai problemi dei loro genitori.
Il successo di pubblico che la commedia ha avuto e che continua ad avere ancora oggi, sono forse il segno di una certa facilità del tema trattato che vuole essere partecipato bonariamente al pubblico e dove non manca il classico "lieto fine". Ben diverso lo spessore ideale che separa quest'opera dalla commedia Gli esami non finiscono mai, dove si evidenzia il dramma di un uomo distrutto proprio dai rapporti familiari.
Nel 1969 lo stesso Eduardo aveva detto che "in Sabato, Domenica e Lunedì c’è dentro un fermento contestatario, c’è un’anticipazione dell’avvento del divorzio, c’è una apparente fusione di finti rapporti cordiali in una famiglia in cui convivono tre generazioni".
Ma se i conflitti nascono da un equivoco, possono ancora ricomporsi e appianarsi con una risata un pizzico di buonsenso, ovvero la consapevolezza che a tenere insieme una coppia non possono essere né il vincolo del matrimonio né i figli, ma solo l’affetto e lo scambio reciproco.
Con il senno, o la dissennatezza di poi, finisce per emergere soprattutto la nostalgia per un’epoca in cui queste ricette potevano ancora funzionare.
La regia non pigia sul versante del dramma e del melodramma, come se il filtro di quarant’anni permettesse un approccio venato di nostalgia, meno coinvolto, più affettuoso.
Sale dunque in primo piano la chiave comica, sostenuta da una raffica di battute e situazioni di grande efficacia.
Non si arriva, però, quasi mai alla farsa o alla macchietta, perché i personaggi,e questo è il maggio merito sia della regia sia degli interpreti,emergono tutti con il loro autentico spessore, come se Eduardo fosse più un Cechov napoletano che l’erede di Scarpetta.
Anche se, rispetto a Cechov, in Eduardo affiora spesso la cattiveria, raramente la disperazione.